Da qualche mese insieme a un’altra sorella, faccio servizio all’Iris, ovvero un’associazione di volontari che si prende cura per 5 pomeriggi la settimana di persone malate di alzheimer. Lo scopo di questa associazione non è certo migliorare la malattia (non ha competenze di questo tipo e in ogni caso la decadenza di questa malattia non si può fermare), quanto invece di permettere a queste persone, che spesso nella loro condizione si trovano a rimanere sole, di poter passare un po’ di tempo in compagnia facendo una passeggiata, dei giochi, una merenda insieme ad altri ospiti e ai volontari. In questo modo anche le famiglie degli ospiti vengono alleviate da un peso che da sole farebbero molta fatica a portare pur con tutta la buona volontà che ci mettono.

Alcuni ospiti hanno una loro parziale autonomia, altri hanno bisogno di tutto. Non è stato facile per me inizialmente impattare con questa realtà, con questo tipo di sofferenza; anche se in generale non è mai facile avere a che fare con la sofferenza, è più facile evitarla. La mia prima preoccupazione era come comportarmi. Né in famiglia, né al lavoro avevo mai avuto modo di entrare in contatto con la realtà di una persona anziana malata, perciò mi sono sentita molto impacciata, le prime volte, nel relazionarmi a queste persone che alle spalle hanno un lungo vissuto, ma che pian piano vanno sempre più perdendo. Ci sono delle cose però che non dimenticano, quelle che hanno impresso nella loro mente (e penso anche nel cuore) quando erano piccoli e le funzioni cerebrali erano in piena salute, ad esempio le preghiere più elementari che tutti sappiamo (Padre nostro, Ave Maria..), alcuni canti tradizionali, i sapori dei cibi di una volta. Inoltre sono rimasta colpita, in quello che sono riuscita a comprendere della loro vita passata, di quanto alcune di queste persone si siano spese nella loro via per gli altri, in particolare per le loro famiglie molte delle quali attraversate da vissuti veramente molto difficili. Non so io cosa avrei fatto al loro posto, si rimane sconcertati da quanta sofferenza si trova in certe situazioni; eppure la sofferenza è il luogo privilegiato dove si rivela Gesù, sono certa che Gesù è presente in modo del tutto particolare in queste persone e in tutte quelle considerate scarto dalla società.

E come essere d’aiuto? Mi sono resa conto presto che il servizio verso queste persone è molto gratuito, è “tempo perso”, non nel senso che potrei passare quel pomeriggio da un’altra parte, ma nel senso che ciò che tu fai non ha dei risultati immediati e non porterà dei miglioramenti della loro malattia. Invece essere per loro una semplice presenza è importante; è un qualcosa che apparentemente può sembrare inutile a noi, ma non ci si rende conto di quanto certe persone ne abbiano un bisogno vitale. Tante cose che io trovo banali o scontate per queste persone non lo sono affatto e te ne accorgi dalla loro sorpresa del fatto che sei loro vicino, gli parli, gli tieni la mano. In questo senso penso che la spiritualità e l’esempio di Charles de Foucauld stesso possa aiutare tanto a comprendere come vivere e stare dentro queste relazioni.
Elisabetta