IL SERVIZIO IN CARCERE: UN’OPPORTUNITÀ PER VOLER BENE

Da settembre 2018 mi sono avvicinata per la prima volta al mondo del carcere. Un mondo sconosciuto, dimenticato, perché ai margini della mia vita quotidiana. La prima volta, prima di entrare in Istituto Penale per Minori (IPM), avevo un po’ timore: come comportarmi? Di cosa parlare con i ragazzi detenuti? Che atteggiamento avrebbero avuto? È stato più semplice di quanto pensassi. O forse è stato diverso di quanto pensassi. Il mio timore si è sciolto nel momento in cui ci siamo salutati.
Ero contenta di essere lì con loro e loro erano contenti dei volontari che scelgono di passare del tempo con loro. Questo bastava già.
Sono ragazzi da voler bene. Non entro in Ipm per cambiare la loro situazione, per ridurre la loro pena, per fargli dimenticare il male che hanno fatto. No, questo no. Io non sono stata “toccata” dal loro male. Non credo di essere tenuta a giustificare e credo che non spetti a me perdonare. Ripeto, a me non hanno fatto nulla. Credo che a me spetti soltanto voler loro bene, di un bene sincero, il più possibile gratuito, perché possano fare esperienza di bene anche in un luogo di buio e di solitudine.
“Ero in carcere e siete venuti a trovarmi.” (Mt 25,36b) Vivere la Messa con loro è stata un’esperienza emozionante, in particolare il giorno di Natale. Ho ringraziato molto il Signore perché fosse lì, in quel luogo, in quei ragazzi.
In quel contesto di limite (a partire dal limite fisico della libertà, ma anche di povertà dei detenuti), sto crescendo in uno sguardo non giudicante. Né dei loro limiti, né dei miei. Di fronte a persone che oggettivamente hanno dei limiti in questo tempo della vita (di tempi, di spazi, di affetti, di relazioni), non posso guardare con giudizio i miei limiti. Non ha senso. Non possono essere paragonati ai loro. I loro sono veri limiti, i miei, invece, a volte li alimento io con manie di perfezione. Quell’ambiente mi chiede di essere me stessa, entrare in quel luogo portando con me i miei limiti, lasciarli intravedere anche agli occhi di “quei” ragazzi. I limiti mi possono essere d’aiuto per farmi vicina e far spazio alle loro capacità. Per esempio un ragazzo mi ha aiutato a fare un lavoretto per la festa di carnevale vedendomi in difficoltà. Il carcere è un ambiente che chiede verità: questa verità si costruisce e si trova anche a partire dalla verità di me nei loro confronti.
Non sono entrata molte volte in Ipm, ma il carcere ora per me non è più un luogo anonimo, è fatto di spazi, ma soprattutto è fatto di volti, di nomi, di storie, e credo che questa sia per me la scoperta più arricchente per poter voler bene ai ragazzi.

Elena V.

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